I nostri eventi

STREGA La persecuzione della stregoneria nelle valli bresciane nel XVI secolo

di Pino Casamassima

In scena: Michela Galizzi, Susanna Botto, Sandra Porporini, Mariarosa Rivali, Albano Morandi

Luci: Lorenzo Andreassi – Service: Ballast Service

Make up artist: Valentina Casamassima – Costumi: Claudia Tonoli

Musiche di Pericle Odierna

Nell'estate di 495 anni fa terminava la caccia alle streghe della Valcamonica. Iniziata nel primi mesi del 1518, fra giugno e luglio aveva provocato la morte di diverse persone: fra sessanta e ottanta, di cui una ventina uomini. Una carneficina cui vanno aggiunte le persone rimaste mutilate o segnate nella salute dagli interrogatori. Che, com'è noto, prevedevano tormenti tali da far diventare rituale una frase al culmine della sopportazione: «Ditemi cosa devo dire, io lo dirò e finiranno i miei tormenti».

L'episodio più cruento si consumò a Pisogne, dove, nell'attuale piazza Umberto I, furono messe a morte contemporaneamente otto donne. Responsabile di quella strage, Bernardino de Grossis: il più implacabile degli inquisitori, che lascerà la Valcamonica sul finire di agosto. Quel che accadde nell'infelice valle bresciana appartiene al periodo più acuto della persecuzione della stregoneria: nel solo distretto di Como sarebbero andate sotto processo più di mille persone e più di cento sarebbero finite al rogo.

Nelle principali pievi della Valcamonica giunsero cinque inquisitori: Giacomo de Gablani a Rogno, Valerio de Boni a Breno, Donato de Savale a Cemmo, e Battista Capurione a Edolo; Bernardino de Grossis a Pisogne. Tutti alle dirette dipendenze del vescovo Paolo Zane. Dal giorno del loro insediamento, tramite il pulpito, i parroci invitavano i fedeli a denunciare i sospetti: ciò favorì vendette, angherie, rivalse. E, soprattutto, notevoli vantaggi economici derivanti dalla caduta in disgrazia dell'inquisito. Per mesi, le esecuzioni si susseguirono a processi sommari e crudeli, con barbarie che si aggiungevano a barbarie: dopo il rogo, veniva infatti concesso al popolino di lanciarsi fra i resti fumanti della catasta alla ricerca di denti e frammenti di ossa, oltre che di qualsiasi oggetto di legno bruciacchiato che riportasse l'impronta scura della carne bruciata. Alcuni erano collezionisti di ricordi macabri. Altri vedevano in quei poveri resti amuleti o rimedi contro il mal di testa o la stitichezza. O la perfidia e l'invidia. Tutto ciò dimostra come a costituire reato fosse non la «pratica magica», ma il porsi da parte di alcune persone esperte di quelle pratiche come possibili punti di riferimento per la comunità, ponendola quindi al di fuori del controllo «istituzionale». Si spiega perciò la violenza «purificatrice» messa in atto nelle comunità montane, quelle più facilmente soggette a sfuggire al controllo del potere centrale.

Gli eccessi della furia inquisitoria cui fu sottoposta la Valcamonica costrinsero lo stesso Consiglio dei Dieci di Venezia a intervenire per prevenire una possibile rivolta delle popolazioni di quel territorio. Negli atti del processo a carico di Benvegnuda Pincinella ( pincinella sta per piccina, per la sua costituzione minuta) è riscontrabile il delirio provocato in una popolazione disposta ad affermare qualsiasi cosa pur di compiacere l'inquisitore, allontanando ogni sospetto da sé. In quegli atti si trova scritto che i testimoni interrogati affermarono di aver avuto rimedi da lei e di aver assistito di persona a pratiche stregonesche. Nonostante la sua età (era nata a Nave 60 anni prima), Benvegnuda fu «abruciata» in piazza della Loggia il 18 giugno di quell'anno disgraziato. In tutta la Valcamonica, come nel resto d'Europa, nacquero credenze popolari riguardanti «atti di stregoneria»: dicerie che provocarono la morte di molte persone. I luoghi «infestati» divennero presto parecchi, e si generarono una serie di leggende destinate a tramandarsi nella memoria di molti territori. A Cevo, dove ora sorge la cappella Androla, un tempo esistevano delle miniere che la gente credeva popolate da maghi e streghe.

A Edolo è tuttora ricordata nelle favole «La donna del sock»: una creatura maligna che portava disgrazie nei campi. Le montagne di Angolo erano invece il regno della strega Mandola: fra i suoi atti, quello che vedeva entrare in azione alcuni folletti che, a un suo comando, spargevano nei boschi una polverina magica da cui spuntavano all'istante grandi funghi porcini confusi però fra funghi velenosi identici. Tutta questa popolazione maligna si riuniva ai piedi del monte Tonale, dove si svolgevano i sabba. Incontri notturni che generarono leggende e fantasticherie, tutte nefaste, tanto che i pellegrini che in quei secoli dovevano valicare il passo, si guardavano bene dal mettersi in viaggio durante le ore tarde del pomeriggio, preferendo pernottare in qualche locanda.
Un mondo, quello della stregoneria, in cui la contaminazione fra documenti (veri, fasulli, artefatti, distrutti) e oralità (memoria pubblica, ricordi e narrazioni familiari, leggende) produce «fatti» spesso contraddittori, fino a indurre il sospetto che sia stato spesso il luogo comune a generarli. Ne deriverebbe che la caccia alle streghe sia stata gonfiata, forse, per offrire materiale agli studiosi. Cioè sarebbe stata l'avidità storica a creare il fenomeno: gli storici a creare la storia. In questo caso, la storia della caccia alle streghe in Valcamonica sarebbe tutta da riscrivere. Perlomeno nelle sue reali dimensioni. Può essere. Come, specularmente, può essere che si conosca solo la punta dell'iceberg di un fenomeno più vasto, per mancanza di documenti: andati perduti o, più facilmente, distrutti nei secoli successivi. È superfluo, a suffragio di questa seconda ipotesi, ricordare che tutto ciò che conosciamo di questo fenomeno, ci proviene dalla storia di una persecuzione circoscritta ad alcuni territori.

Tratto dal Corriere della sera

Date: 
31 Mar 2017 20:30
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La bella e la bestia

La bella e la Bestia

La celebre fiaba La Bella e la Bestia torna sul grande schermo in una nuova rivisitazione live-action dell'indimenticabile classico d'animazione Disney del 1991. La storia racconta il fantastico viaggio di Belle, giovane donna brillante, bellissima e dallo spirito indipendente che viene fatta prigioniera dalla Bestia e costretta a vivere nel suo castello. Nonostante le proprie paure, Belle farà amicizia con la servitù incantata e imparerà a guardare oltre le orrende apparenze della Bestia scoprendo l'anima gentile del Principe che si cela dentro di lui.

(tratto da comingsoon.it)

Date: 
02 Apr 2017 15:00
02 Apr 2017 21:00
03 Apr 2017 16:30
03 Apr 2017 21:00
08 Apr 2017 21:00
09 Apr 2017 15:00
09 Apr 2017 21:00
10 Apr 2017 16:30
10 Apr 2017 21:00
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Marriage Mike

Mattia Cuelli ha scritto un nuovo thriller ad alta tensione e lo presenta VENERDI 7 APRILE ALLE ORE 20.30 presso la Biblioteca Civica

Cosa è disposto a rischiare l'agente dell'F.B.I. Donald "Don" Sullivan per riuscire a incastrare Marriage Mike, il serial killer che sta brutalmente sconvolgendo San Francisco? Sacrificati persino gli affetti più cari, a che compromessi è disposto a scendere quando, una volta convinto di essere riuscito a voltare pagina, si rende in realtà conto di essere inesorabilmente ancora immerso nelle tetre profondità dell'incubo dal quale era convinto di essersi svegliato? Donald "Don" Sullivan ha scovato il nascondiglio del male, ma il male adesso sembra sapere benissimo da dove l'agente lo sta osservando.... come se tutto si svolgesse davanti ai nostri occhi.

Date: 
07 Apr 2017 20:30
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Movimenti. Quelli del '68 e del '77 a 50 e 40 anni dal loro svolgersi

Date: 
13 Apr 2017 20:30
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I segreti di Asgralot. L'isola degli evoluti

Un ragazzo rimasto solo. Una razza di esseri dai poteri incredibili. Un'isola leggendaria.

Per anni gli umani hanno creduto di essere i soli a dominare la Terra, pensando di poterla inquinare a loro piacimento senza nessuna conseguenza. Tuttavia, hanno involontariamente dato vita alla razza degli Evoluti, creature simili nell'aspetto, ma dotate di poteri formidabili, provvisti ognuno di un'abilità diversa, come il controllo dell'energia, la superforza, le caratteristiche animali, i poteri mentali e la manipolazione della materia. Questa non è solo la loro storia, è la storia di un ragazzo, Daniele Anansi, che dopo la scomparsa di suo padre e la segregazione di sua madre, scopre l'esistenza di Asgralot, la magica isola degli Evoluti. Ma non immagina nemmeno che quell'isola conosce di lui più cose di quante egli stesso sappia: i segreti della sua famiglia, i segreti di Asgralot. Una riflessione sulla lotta contro il razzismo e l'inquinamento della Terra, che mira a far compiere al lettore un viaggio alla scoperta non solo dell'avventura, ma anche della cattiveria dell'uomo.

Date: 
27 Apr 2017 20:30
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Sic Transit: Gloria Mundi - La Papessa

Lo spettacolo è la storia inventatissima della prima donna che sarà eletta papa. Un monologo fanta-storiografico che immagina come in un futuro possibile, benché poco probabile, sul soglio di Pietro salga una donna. Una immaginifica riflessione sul ruolo della donna nella chiesa cattolica per parlare dell'esclusione delle donne dal sacerdozio, e per analizzare le ragioni storiche, teologiche e religiose della sudditanza della donna all'uomo anche nel cattolicesimo laico.

Tre sono i pilastri dello spettacolo: il ruolo della donna nel passato della chiesa, la biografia inventata della prima papessa e infine una storia alternativa e possibile della chiesa attraverso le donne. Ma davvero è tanto bizzarro, intende suggerire il monologo, immaginarsi una donna papa?

Nata a Verona, Chiara Mascalzoni si è diplomata presso la Scuola di Teatro “Alessandra Galante Garrone” di Bologna. Dopo avere lavorato con registi come Reggiani, Sixty e Cavalli, nel 2009 entra a far parte di Ippogrifo Produzioni divenendone prima attrice. Da allora ha ricoperto i ruoli di protagonista in Antigone, Amleto, Hotel Shakespeare, Edipo Re, L’elefante bianco, Tutta colpa di Eva e in altri spettacoli.

Regista, drammaturgo e attore veronese, Alberto Rizzi si è diplomato in regia presso la Scuola Civica di Cinema di Milano. Come regista di teatro si è particolarmente dedicato alla tragedia greca firmando Antigone, Le baccanti, Edipo Re e Prometeo incatenato. Come drammaturgo ha scritto diversi testi, tra questi Tutta colpa di Eva sul tema dello stalking e L'elefante bianco, drammi in stile pinteriano.

Date: 
05 Mag 2017 21:00
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Giù in piazza non c'è più nessuno - Film sulla strage di Brescia

Giù in piazza non c'è più nessuno - Film sulla strage di Brescia: incontro con il regista e dibattito.

Si chiama Giù in piazza non c'è più nessuno: è il film che Angelo Rossetti, regista bresciano con una carriera trentennale in Rai e Mediaset, ha realizzato sulla strage di Piazza Loggia e il cui montaggio, sui cento minuti, è terminato in questi giorni.
Da cosa e come nasce questo film?
«Sono stato testimone attivo di una città in un tempo che ho voluto raccontare, con le moto Ktm parcheggiate davanti alla cremeria Rigoni affiancate dalle Vespe Primavera, gli occhiali Ray-Ban e le scarpe Barrows: simboli che una gioventù parallela alla mia _ quella della destra della Brescia bene _ sfoggiava con ostentazione. La potevi sfiorare, quella destra, ma, al tempo stesso, mi pareva di un'altra galassia».
C'è stato un prima e un dopo per quella destra?
«Quando è scoppiata la bomba, per molto tempo quegli spazi sono rimasti vuoti. Nell'immediatezza quei giovani di destra sparirono di colpo per un po', perché c'era per loro il pericolo reale di essere intercettati e randellati. Poi si è cercato di dimenticare, di sovrapporre, di stratificare».
Era in città quando scoppiò la bomba?
«Sì, e quando ho sentito lo scoppio ho cercato di raggiungere la piazza, ma ormai era transennata. Dopo i funerali, per settimane ho avuto nelle narici l'odore di decomposizione dei fiori che tutti gettavano per strada. Ho voluto raccontare una storia che non riguardasse solo la strage, ma tutta una città in un tempo preciso».
E'stata quindi anche una operazione catartica, in un certo senso?
«Ho sentito un bisogno quasi fisico di fare questa narrazione. Sono un regista, le storie sono il mio mestiere, e questa non potevo proprio fare a meno di raccontarla››.
C'è una nota dolente in tutto ciò?
«Eccome! I docufilm come il mio tutti li amano, ma poi nessuna rete televisiva è disposta a farne la produzione. Infatti, il film l'ho prodotto io, pagando di tasca mia tutti i collaboratori e tutti i mezzi tecnici, montaggio compreso, che non è voce da poco, oltre agli spostamenti anche fuori regione e quant'altro. Sono comunque fiducioso. Non posso pensare che questo film non interessi a un canale tematico come Rai storia››.
Qual è l'originalità del film?
«Ho cercato di utilizzare un linguaggio diverso, per far capire, tra le altre cose, che cosa fosse la destra giovanile bresciana di quel tempo: una gioventù, una realtà mai raccontata. Nei rari documentari precedenti questi ragazzi sono stranamente assenti, come del resto erano assenti i documentari sulla strage, al punto che in occasione del quarantennale, la Rai ha mandato in onda un film che riguardava piazza Fontana».
Un ricordo della Brescia di quegli anni?
«Fu una delle pochissime città italiane che nel referendum per il divorzio votò per la sua abrogazione. L'Msi era ben radicato sul territorio, con più di cento sezioni in tutta la provincia e un elettorato in costante crescita».
Che immagine riporta della città di quei giorni?
«Quella di un luogo dove alle otto di sera non incontravi nessuno in giro se non nel malfamato Carmine. Più che una città, un paesone di provincia. Ho cercato un filo conduttore che potesse restituirne il clima attraverso una narrazione che contenesse tutto, non solo la tragedia del 28 maggio».
Quale metodo ha usato per costruire il film?
«Ho intervistato tante persone che hanno portato la loro testimonianza, con narrazioni spesso in contrasto con quelle storico-processuali, ma se ne sono assunti tutti la responsabilità. Ringrazio Casa della Memoria per la documentazione messami a disposizione e i miei collaboratori che hanno creduto nel progetto. Ora mi auguro che il film abbia la visibilità che merita».
Intervista di Pino Casamassima tratta dal Corriere della Sera del 2 gennaio 2015

 

Date: 
19 Mag 2017 21:00
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Capolavori di Guerra. Il salvataggio dell'arte bresciana durante i conflitti del novecento

L’avvincente operazione di salvataggio dei nostri capolavori durante la Prima e la Seconda Guerra mondiale
Capolavori sotto attacco. Capolavori protetti, offesi, feriti, salvati. Queste pagine sono il racconto — minimo, parziale — di una grande avventura: quella del salvataggio del patrimonio artistico bresciano, in particolare quello mobile, attraverso le guerre  del  Novecento.  Un’impresa che ha visto protagonisti tanti uomini e tante  donne, bresciani e non. Soprintendenti, funzionari, bibliotecari, artisti, amministratori, custodi, sacerdoti, semplici cittadini che hanno operato nel solo interesse dell’arte, della difesa e della protezione delle opere. A tutela dello straordinario patrimonio di bellezza che  ha fatto grande il nostro paese. Riscoprire queste vicende è un modo per far luce su alcune pagine poco conosciute della storia della città e della provincia e allo stesso modo rendere omaggio a chi ha operato — spesso in maniera discreta, silenziosa, e senza clamori — per mettere al riparo dai rischi della guerra le opere d’arte più significative. (...) Riprendere il filo di questi accadimenti significa misurarsi  con  problemi ricorrenti nel corso della storia e allo stesso tempo con figure dal profilo eccezionale. Significa riscoprire  la  straordinaria  mobilità che gli oggetti museali hanno sempre avuto; constatare  che l’arte è stata spesso una preda e un obiettivo bellico; ammirare gli sforzi di chi ha tentato di preservarla, consapevolmente e con lungimiranza, con gli stessi mezzi applicati ai luoghi più preziosi e alla popolazione civile, ovvero la protezione o l’allontanamento. Ricostruire quanto  accaduto è occasione anche per riscoprire  l’impegno  di  funzionari di alto profilo morale oltre che scientifico, che plasmarono la storia e la critica d’arte italiana del dopoguerra, si chiamassero Alessandro Scrinzi e Gaetano  Panazza  a  Brescia, Palma Bucarelli,  Giulio  Carlo  Argan, Fernanda Wittgens, o Rodolfo Pallucchini sulla scena nazionale. Tutto questo significa infine verificare ancora una volta quanto il patrimonio artistico sia un fattore di identità profonda e affezione grande soprattutto nei momenti di difficoltà di una comunità. (...) Di fronte a calamità naturali, come in tempo di guerra, il patrimonio artistico diviene elemento  catalizzatore  capace  di mobilitare attenzioni, sacrifici, entusiasmi. Così è accaduto nel corso del Novecento. In due momenti diversi, nell’arco di trent’anni, gli oggetti d’arte bresciani vennero allontanati dalle loro sedi naturali (musei, biblioteche, archivi, chiese, palazzi) per timore di danneggiamenti, ma anche di furti e rapine. Le due operazioni  di sfollamento avvennero in corrispondenza dei due conflitti mondiali.  Le modalità furono in parte simili, in parte peculiari. In entrambi i casi ci si mobilitò per rispondere  alle contingenze di un pericolo imminente. Tuttavia nella definizione dei piani di protezione si tenne conto anche dei rischi di natura differente: più legati alla possibilità di  saccheggio da parte degli eserciti nemici nel corso della Prima Guerra Mondiale, più figli del pericolo di bombardamenti e incendi nel secondo conflitto. Da questo derivò anche una diversa strategia nella conduzione  delle  operazioni  di  tutela degli oggetti artistici.(...) In  occasione della Grande Guerra la mobilitazione fu immediata. Sin dal 1915 si lavorò, sotto la direzione della Soprintendenza alle Gallerie della Lombardia, alla preparazione di un  vasto piano di salvataggio ma fino all’ultimo, fino alla rotta  di  Caporetto,  le  opere bresciane  furono  mantenute all’interno delle mura della città. Imballate, protette in casse, vennero depositate nei sotterranei di Santa Giulia. (...) Solo dopo l’ottobre 1917 le autorità bresciane  dovettero  cedere  e consentire l’invio a Roma, tramite la ferrovia, delle preziose casse che sarebbero rientrate a casa — non senza qualche difficoltà  —  tra il 1919 e il 1922. Nel  1920 una  mostra allestita nella Pinacoteca  celebrava  la buona riuscita dell’operazione e  il  ritorno  delle  principali opere: quadri, lavori, manoscritti, statue, incunaboli. Nel 1940 tra i custodi dell’arte bresciana si fecero strada nuovi timori legati alle conseguenze di possibili bombardamenti diffusi con il coinvolgimento anche del nostro paese nel  secondo  conflitto.  La  nozione di «guerra totale» da anni era ormai entrata nell’orizzonte delle possibilità. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, nel giugno 1940, in tutte le città venne adottato dalle autorità locali un piano di protezione delle opere d’arte mobili ed immobili. E così fu anche nel caso di Brescia. Ad agire furono per primi funzionari del Comune, dei Musei, della Queriniana. (...) Non ci fu esitazione, d’accordo con Unpa  (l’Unione nazionale protezione antiaerea), venne avviato un poderoso intervento di protezione dei principali edifici  storici  della città.  Tele e statue dei Civici Musei vennero catalogate. Così pure i rari manoscritti della biblioteca Queriniana. (...)  La villa Fenaroli di Seniga è uno dei luoghi cui va il merito di aver protetto l’arte bresciana. In questa dimora austera che sorge lungo il fiume Oglio  in posizione un po’ defilata vennero concentrate le bellezze artistiche non solo di casa nostra ma anche provenienti da altre province della Lombardia, soprattutto da Milano. (...)  Oltre  a  Seniga,  in  provincia di Brescia, furono indicati altri depositi d’arte a Erbusco, Lonato, Soiano, Montirone, Adro, Fantecolo e, fuori provincia, a Sondalo, Bellaggio, Trescore, ecc. (...) L’operazione fu condotta con cura  e dedizione  dai  funzionari  del Comune.  Senza  l’impegno  di Ugo  Baroncelli, Alessandro Scrinzi, Gaetano Panazza e altri, Brescia non sarebbe quella che è oggi. I capolavori si salvarono tutti. Lo sforzo fu enorme, la violenza dei bombardamenti su Brescia non risparmiò comunque alcuni dei gioielli più preziosi della nostra città. Una fotografia dei danni è fornita da documenti conservati presso l’Archivio centrale dello Stato di Roma e presso The national Archives di Londra: un rapporto della Direzione generale delle opere d’arte della Repubblica sociale italiana dell’inizio 1945 e alcune relazioni degli ufficiali anglo-americani, i famosi «Monuments Men»,  del giugno 1945. (...) L’attacco all’arte purtroppo non fu cifra distintiva soltanto nel  Novecento. Anche in anni più recenti il patrimonio mondiale è stato al centro  di  una serie di danneggiamenti e saccheggi. (...) È accaduto anche recentemente in Afghanistan e a Palmira, in Siria. Il presente libro sottrae all’oblio pagine di storia a noi vicine e riafferma il ruolo dell’arte intesa come simbolo di bellezza, di civiltà e di libertà. Un  principio che anche Brescia, nel corso della sua storia, ha saputo riaffermare più volte con forza. Nostro dovere conservarne la memoria.

Estratto da un articolo di Maria Paola Pasini pubblicato sul Corriere della Sera del 4 dicembre 2016

Date: 
25 Mag 2017 20:30
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