I nostri eventi

Capolavori di Guerra. Il salvataggio dell'arte bresciana durante i conflitti del novecento

Capolavori di Guerra. Il salvataggio dell'arte bresciana durante i conflitti del novecento

L’avvincente operazione di salvataggio dei nostri capolavori durante la Prima e la Seconda Guerra mondiale
Capolavori sotto attacco. Capolavori protetti, offesi, feriti, salvati. Queste pagine sono il racconto — minimo, parziale — di una grande avventura: quella del salvataggio del patrimonio artistico bresciano, in particolare quello mobile, attraverso le guerre  del  Novecento.  Un’impresa che ha visto protagonisti tanti uomini e tante  donne, bresciani e non. Soprintendenti, funzionari, bibliotecari, artisti, amministratori, custodi, sacerdoti, semplici cittadini che hanno operato nel solo interesse dell’arte, della difesa e della protezione delle opere. A tutela dello straordinario patrimonio di bellezza che  ha fatto grande il nostro paese. Riscoprire queste vicende è un modo per far luce su alcune pagine poco conosciute della storia della città e della provincia e allo stesso modo rendere omaggio a chi ha operato — spesso in maniera discreta, silenziosa, e senza clamori — per mettere al riparo dai rischi della guerra le opere d’arte più significative. (...) Riprendere il filo di questi accadimenti significa misurarsi  con  problemi ricorrenti nel corso della storia e allo stesso tempo con figure dal profilo eccezionale. Significa riscoprire  la  straordinaria  mobilità che gli oggetti museali hanno sempre avuto; constatare  che l’arte è stata spesso una preda e un obiettivo bellico; ammirare gli sforzi di chi ha tentato di preservarla, consapevolmente e con lungimiranza, con gli stessi mezzi applicati ai luoghi più preziosi e alla popolazione civile, ovvero la protezione o l’allontanamento. Ricostruire quanto  accaduto è occasione anche per riscoprire  l’impegno  di  funzionari di alto profilo morale oltre che scientifico, che plasmarono la storia e la critica d’arte italiana del dopoguerra, si chiamassero Alessandro Scrinzi e Gaetano  Panazza  a  Brescia, Palma Bucarelli,  Giulio  Carlo  Argan, Fernanda Wittgens, o Rodolfo Pallucchini sulla scena nazionale. Tutto questo significa infine verificare ancora una volta quanto il patrimonio artistico sia un fattore di identità profonda e affezione grande soprattutto nei momenti di difficoltà di una comunità. (...) Di fronte a calamità naturali, come in tempo di guerra, il patrimonio artistico diviene elemento  catalizzatore  capace  di mobilitare attenzioni, sacrifici, entusiasmi. Così è accaduto nel corso del Novecento. In due momenti diversi, nell’arco di trent’anni, gli oggetti d’arte bresciani vennero allontanati dalle loro sedi naturali (musei, biblioteche, archivi, chiese, palazzi) per timore di danneggiamenti, ma anche di furti e rapine. Le due operazioni  di sfollamento avvennero in corrispondenza dei due conflitti mondiali.  Le modalità furono in parte simili, in parte peculiari. In entrambi i casi ci si mobilitò per rispondere  alle contingenze di un pericolo imminente. Tuttavia nella definizione dei piani di protezione si tenne conto anche dei rischi di natura differente: più legati alla possibilità di  saccheggio da parte degli eserciti nemici nel corso della Prima Guerra Mondiale, più figli del pericolo di bombardamenti e incendi nel secondo conflitto. Da questo derivò anche una diversa strategia nella conduzione  delle  operazioni  di  tutela degli oggetti artistici.(...) In  occasione della Grande Guerra la mobilitazione fu immediata. Sin dal 1915 si lavorò, sotto la direzione della Soprintendenza alle Gallerie della Lombardia, alla preparazione di un  vasto piano di salvataggio ma fino all’ultimo, fino alla rotta  di  Caporetto,  le  opere bresciane  furono  mantenute all’interno delle mura della città. Imballate, protette in casse, vennero depositate nei sotterranei di Santa Giulia. (...) Solo dopo l’ottobre 1917 le autorità bresciane  dovettero  cedere  e consentire l’invio a Roma, tramite la ferrovia, delle preziose casse che sarebbero rientrate a casa — non senza qualche difficoltà  —  tra il 1919 e il 1922. Nel  1920 una  mostra allestita nella Pinacoteca  celebrava  la buona riuscita dell’operazione e  il  ritorno  delle  principali opere: quadri, lavori, manoscritti, statue, incunaboli. Nel 1940 tra i custodi dell’arte bresciana si fecero strada nuovi timori legati alle conseguenze di possibili bombardamenti diffusi con il coinvolgimento anche del nostro paese nel  secondo  conflitto.  La  nozione di «guerra totale» da anni era ormai entrata nell’orizzonte delle possibilità. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, nel giugno 1940, in tutte le città venne adottato dalle autorità locali un piano di protezione delle opere d’arte mobili ed immobili. E così fu anche nel caso di Brescia. Ad agire furono per primi funzionari del Comune, dei Musei, della Queriniana. (...) Non ci fu esitazione, d’accordo con Unpa  (l’Unione nazionale protezione antiaerea), venne avviato un poderoso intervento di protezione dei principali edifici  storici  della città.  Tele e statue dei Civici Musei vennero catalogate. Così pure i rari manoscritti della biblioteca Queriniana. (...)  La villa Fenaroli di Seniga è uno dei luoghi cui va il merito di aver protetto l’arte bresciana. In questa dimora austera che sorge lungo il fiume Oglio  in posizione un po’ defilata vennero concentrate le bellezze artistiche non solo di casa nostra ma anche provenienti da altre province della Lombardia, soprattutto da Milano. (...)  Oltre  a  Seniga,  in  provincia di Brescia, furono indicati altri depositi d’arte a Erbusco, Lonato, Soiano, Montirone, Adro, Fantecolo e, fuori provincia, a Sondalo, Bellaggio, Trescore, ecc. (...) L’operazione fu condotta con cura  e dedizione  dai  funzionari  del Comune.  Senza  l’impegno  di Ugo  Baroncelli, Alessandro Scrinzi, Gaetano Panazza e altri, Brescia non sarebbe quella che è oggi. I capolavori si salvarono tutti. Lo sforzo fu enorme, la violenza dei bombardamenti su Brescia non risparmiò comunque alcuni dei gioielli più preziosi della nostra città. Una fotografia dei danni è fornita da documenti conservati presso l’Archivio centrale dello Stato di Roma e presso The national Archives di Londra: un rapporto della Direzione generale delle opere d’arte della Repubblica sociale italiana dell’inizio 1945 e alcune relazioni degli ufficiali anglo-americani, i famosi «Monuments Men»,  del giugno 1945. (...) L’attacco all’arte purtroppo non fu cifra distintiva soltanto nel  Novecento. Anche in anni più recenti il patrimonio mondiale è stato al centro  di  una serie di danneggiamenti e saccheggi. (...) È accaduto anche recentemente in Afghanistan e a Palmira, in Siria. Il presente libro sottrae all’oblio pagine di storia a noi vicine e riafferma il ruolo dell’arte intesa come simbolo di bellezza, di civiltà e di libertà. Un  principio che anche Brescia, nel corso della sua storia, ha saputo riaffermare più volte con forza. Nostro dovere conservarne la memoria.

Estratto da un articolo di Maria Paola Pasini pubblicato sul Corriere della Sera del 4 dicembre 2016

Date: 
25 Mag 2017 20:30
Categoria: